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11/11/17

Cohousing: una soluzione anche per gli anziani?


Ricercare soluzioni innovative per affrontare l'invecchiamento della popolazione

di Chiara Lodi Rizzini

La spesa sociale italiana impegna tantissime risorse per la vecchiaia. Tuttavia, i servizi assistenziali non bastano più a soddisfare una domanda che sta diventando sempre più ingente e complessa. Si fa quindi urgente pensare a soluzioni alternative su molti fronti tra cui quello delle politiche abitative, dove si affaccia una pratica ancora poco conosciuta, quella del cohousing per gli anziani. Di cosa si tratta? E quali percorribilità ha nel sistema italiano?
Innanzitutto relativamente alla composizione della spesa pubblica e all’organizzazione dei servizi. Le politiche sociali sono un mix di misure previdenziali, sanitarie, di attivazione e di inclusione sociale, ma in Italia il solo sostegno alla vecchiaia impiega più della metà delle risorse destinate alla spesa sociale. L’Italia è infatti tra i Paesi con la spesa per vecchiaia più alta e tra quelli con la spesa per famiglie e infanzia più bassa del continente europeo (Eurostat 2015). Inoltre, le risorse spese sono molte, ma non sono spese in modo efficiente: il sostegno alla vecchiaia si esplicita per lo più in erogazioni monetarie (quali pensioni, indennità di accompagnamento ecc.) e poco nell’offerta di servizi. Negli anni a venire, dovrà quindi essere
In secondo luogo, l’allungamento dell’aspettativa di vita media accrescerà il bisogno di servizi per la non autosufficienza: già oggi il 18,5% degli ultra 65enni (2,1 milioni di persone) riporta una condizione di totale mancanza di autosufficienza per almeno una delle funzioni essenziali della vita quotidiana. Le famiglie con almeno una persona con limitazioni funzionali sono l'11%, ma di queste meno del 20% ricevono assistenza domiciliare pubblica (Istat 2013). Ciò significa che le famiglie soddisfano i propri bisogni di cura autonomamente, attingendo ai risparmi o fornendo loro stesse cura e supporto ai propri anziani.
E qui veniamo al terzo problema: possiamo pensare che in futuro le famiglie, soprattutto le donne, saranno ancora in grado di assumersi gli oneri di cura, e di farlo con la stessa efficacia con cui l’hanno fatto fino ad oggi? Probabilmente no, anzi,
E qui veniamo al terzo problema: possiamo pensare che in futuro le famiglie, soprattutto le donne, saranno ancora in grado di assumersi gli oneri di cura, e di farlo con la stessa efficacia con cui l’hanno fatto fino ad oggi? Probabilmente no, anzi, i cambiamenti delle strutture familiari e sociali imporranno di soddisfare bisogni di cura e socialità anche all’esterno della famiglia. Tra i fattori determinanti, l’aumento del numero delle donne impiegate in attività lavorative - e soprattutto in orari di lavoro sempre più estesi e flessibili; l’avanzamento dell’età delle donne primipare che, impegnate nella contemporanea cura dei figli e dei genitori dovranno comprimere il tempo di cura dedicato a questi ultimi; da non sottovalutare, infine, gli effetti dell’emigrazione giovanile, che allontana anche fisicamente le generazioni (solo nel 2014 si sono contati 101.297 espatri, di cui 35,8% di persone tra i 18 e i 34 anni, Fondazione Migrantes). Su questo fronte occorrerà quindi potenziare le politiche di conciliazione famiglia-lavoro, ma anche prevedere servizi assistenziali in grado sia di alleggerire gli oneri per le donne, che di garantire la stessa efficacia e sensibilità nella cura agli anziani.
la «dimensione sociale» degli interventi, che può esplicitarsi in varie forme: residenze con spazi comuni destinati alla socializzazione; strutture con servizi comuni (es. servizi socio-sanitari, socio-assistenziali e di accompagnamento, assistenza domiciliare per anziani e disabili, doposcuola, babysitting, ecc.); progetti abitativi che puntano sul coinvolgimento diretto e attivo dei residenti nella fase di progettazione e realizzazione, così come nella manutenzione (progetti di autocostruzione, di autorecupero, di cohousing); apertura dei servizi forniti ai residenti al vicinato (sviluppo di comunità);
alloggi caratterizzati dalla coabitazione tra gruppi sociali eterogenei, spesso a rischio di esclusione (es. anziani, madri sole, giovani);
a differenza dell’edilizia residenziale pubblica - dove prevale la dimensione economica, nella misura in cui generalmente l’obiettivo è di offrire un’abitazione a chi ha basso reddito - qui l’azione si concentra piuttosto sulla possibilità di usufruire di determinati servizi o sulla volontà di ricercare un nuovo modo di abitare;
partnership pubblico-privato-non profit sia nel finanziamento che nella gestione degli interventi. L’offerta di soluzioni abitative non è quindi esclusiva del soggetto pubblico, ma si allarga a soggetti eterogenei provenienti dal settore privato, dal terzo settore e dal mondo delle fondazioni.


Le ragioni
L’Italia è uno dei paesi demograficamente più anziani d’Europa. La percentuale di persone anziane nella nostra società cresce rapidamente a causa, principalmente, dei bassi tassi di natalità, dell’invecchiamento dei “baby-boomers” e dell’incremento dell’aspettativa di vita. Contemporaneamente, la “nuova vecchiaia” mette in discussione l’approccio tradizionale, basato sul passaggio netto dall’autosufficienza alla non autosufficienza, e si presenta piuttosto come un percorso di graduale perdita dell’autonomia che deve essere rispecchiato nei servizi, tra cui, appunto, quelli abitativi. Sotto queste pressioni, il welfare italiano dovrà essere riformato per almeno tre motivi.
potenziato un processo di ricalibratura tra le voci di spesa che, probabilmente, imporrà una contrazione delle risorse destinate agli anziani e richiederà dunque di ripensare l’insieme dei servizi di welfare ad essi rivolti.
Cohousing: di cosa si tratta?
Il cohousing può essere definito come "una tipologia di abitazione collaborativa nella quale i residenti partecipano attivamente nella progettazione e nella scelta del proprio vicinato. I residenti accettano di vivere come una comunità in cui le abitazioni private, che rimangono un inviolabile spazio di privacy, vengono completate da aree comuni che incoraggiano l'interazione sociale. Gli spazi privati contengono tutte le caratteristiche delle case convenzionali, ma i residenti possono accedere a ulteriori attrezzature e strutture comuni come giardini, lavanderie, sale hobbies, cucine e sale comuni. La gestione della comunità è direttamente a carico dei residenti senza che venga a crearsi una leadership dominante. Le attività svolte all'interno del cohousing non devono generare reddito ulteriore per i singoli residenti" (Charles Durrett). Tuttavia, non è possibile darne una definizione univoca, poiché non tutte le comunità abitative che si definiscono cohousing rispondono per intero ai requisiti suddetti e possono
assumere proprie peculiarità. Cercando di riassumerle, è possibile individuare le seguenti caratteristiche:
Vantaggi e impatto
L’introduzione di soluzioni di cohousing per gli anziani potrebbe dunque generare numerosi vantaggi, a cominciare dall’innovazione dei servizi di cura, grazie a pratiche di co-care in grado di risolvere i problemi assistenziali meno complessi. Per questo il senior cohousing viene incentivato sempre di più dai governi nordeuropei che, in questo modo, trovano una soluzione efficiente ad un problema assistenziale (Moretti 2010). Pur non sostituendosi alle cure fornite dagli specialisti, i cohousers possono infatti supportarsi reciprocamente nei periodi di difficoltà. Inoltre, ottimizzando l'utilizzo degli specialisti (dottori, infermieri, assistenti domiciliari ecc.) si possono generare economie di scala e conseguenti risparmi sia per chi gestisce le strutture che per gli inquilini stessi, grazie alla possibilità di aggregare la domanda di servizi. Si tratta dunque di un cambiamento paradigmatico dei servizi rivolti alla terza età, perché rovescia la logica di intervento sul problema e mira a promuovere azioni ex-ante verso il disagio potenziale, in modo da ridurre i costi sociali e sanitari degli interventi indirizzati a problemi ormai conclamati.
Il cohousing promuove inoltre l’invecchiamento attivo e l’inclusione sociale degli anziani, rispondendo alle esigenze di quelle persone che, una volta uscite dal mondo del lavoro, rischiano di perdere il senso della loro importanza, poiché offre un antidoto all'isolamento e favorisce l’engagement nella comunità.

Infine, grazie alle partnership pubblico-privato-non profit prima descritte può rappresentare uno strumento attraverso cui incrementare la sostenibilità degli interventi e dei progetti.
Limiti e resistenze alla diffusione del senior cohousing in Italia
Nonostante questi evidenti vantaggi, il cohousing è ancora poco diffuso tra gli anziani italiani. I pregiudizi culturali costituiscono una barriera che ha frenato l'affermarsi del modello abitativo comunitario soprattutto in Italia, paese così legato ai modelli familiari tradizionali – in cui i bisogni di cura e socializzazione sono quasi esclusivamente soddisfatti all’interno della famiglia - e alle forme di proprietà classiche dell'abitazione: gli anziani spesso non amano vivere con altri, condividere spazi e oggetti e sono restii a cambiare casa o quartiere.
Tuttavia, è ragionevole pensare che nei prossimi anni tale atteggiamento possa cambiare. In parte, per necessità: i cambiamenti delle strutture familiari e sociali imporranno di cercare cura e socialità anche all’esterno della famiglia. In parte per ragioni culturali: le future generazioni di anziani saranno probabilmente più informate e aperte ai nuovi servizi di welfare (tra cui queste modalità abitative) e sapranno dunque coglierne maggiormente gli effetti positivi.
L’innovazione delle politiche abitative e dei servizi di welfare passa dunque per un cambiamento culturale da promuovere sia tra i cittadini che tra investitori privati e istituzioni, al fine di avviare una “fase pioneristica” fondata sull’iniziativa privata e sul coinvolgimento progressivo di gruppi, di comunità, di sistemi locali e di reti trans-territoriali in cui sperimentare progetti innovativi. 

Estratto da : secondo welfare

05/11/17

Appunti dedicati ai familiari di persone con… Disturbi Cognitivi e Comportamentali (DCC)

Una interessante riflessione pubblicata su autorizzazione del Dott. Ferdinando Schiavo .
da: Ferdinando Schiavo. Malati per forza: gli anziani fragili, il medico e gli eventi avversi neurologici da farmaci. Maggioli Editore 2014.



Alcuni consigli da ascoltare, poche regole da rispettare per conoscere i limiti, i paradossi e i compromessi della cura farmacologica dei DCC, poiché senza informazione e formazione, è probabile che non si trovino sempre soluzione farmacologiche adeguate e, soprattutto, non si conoscano le strategie non farmacologiche utili, andando incontro a fallimenti e ulteriore stress.
Poche nozioni iniziali contro i luoghi comuni: i problemi cognitivi non sono solo… le carenze di memoria, mentre quelli comportamentali non sempre rispondono agli psicofarmaci, anzi possono peggiorare con il loro uso. Ambedue le problematiche possono essere fluttuanti.
E’ NECESSARIO, per una migliore collaborazione, che alla prima visita ambulatoriale neurologica sia presente il/la caregiver principale (chi segue e conosce meglio, assiste e si occupa costantemente della persona con DCC) e che torni ai successivi controlli; che questa importante figura sia affidabile e collaborante, che desideri essere informata\o (e che lo sia adeguatamente…), che abbia pazienza in quanto non tutte le informazioni su patologie spesso complesse possono essere fornite nel corso della prima visita di un’ora, utile alla diagnosi: è spesso indispensabile un incontro ulteriore o anche preliminare senza la persona con DCC, per poter raccontare senza ferirla liberamente certi particolari del quadro comportamentale.
E’ consigliabile quindi che il caregiver sia aggiornato sul tema nelle varie associazioni Alzheimer , alle quali può inoltre chiedere di partecipare alle conferenze sul tema. In associazione, in considerazione dello stress che subisce, può trovare il corretto SUPPORTO PSICOLOGICO ed informazioni specifiche, ovvero partecipare alle sedute di gruppo di AUTO-AIUTO per essere aiutato e sostenuto nel complicato rapporto con la persona con DCC.

Premessa: non sempre paziente agitato + psicofarmaco è uguale a paziente calmo e lucido!
Per tentare di fronteggiare adeguatamente i molteplici aspetti legati ai sintomi comportamentali è indispensabile la piena collaborazione del Medico .
Per affrontarli non si può fare a meno dell’approccio “umano” spontaneo, affettuoso, attento, e informato di tutti coloro che sono coinvolti, medico, infermiere, OSS, caregiver familiare o badante, in quanto parecchi sintomi comportamentali NON rispondono ai vari psicofarmaci ma solo alle strategie non farmacologiche.
Un esempio tra i numerosi comportamenti patologici presenti in una persona con DCC: alcune arrivano a non riconoscere la propria abitazione (che è un problema cognitivo!) e reagiscono con comportamenti di agitazione e aggressività finalizzate a volere uscire da “quella” casa per tornare “a casa”, ovvero quasi sempre nel luogo in cui sono nate e hanno trascorso la prima infanzia. Le turbe comportamentali, in questo caso, non possono essere affidate ai farmaci, ai “calmanti”, ma a STRATEGIE che evitino atteggiamenti di disaccordo (ma come!? ci abiti da 40 anni!) che provocano risultati opposti e che consistono semplicemente in atteggiamenti diversi: “hai ragione, usciamo e andiamo a casa tua”, uscendo e distraendola usando liberamente la fantasia (storie inventate: sono turbata perché hanno investito il figlio di un mio amico…; proposte di preparazione di cibi: mi aiuti a sbucciare le patate per farle a forno? Che buone, no? Le bugie sono giustificate!). Tornando insieme nella solita abitazione, questa quasi sempre verrà “accettata”.
Nessuna pillola è in grado di far capire alla persona malata che è quella la casa dove abita, o che bisogna lavarsi, o che è necessario bere!
Schematicamente, se c’è un disturbo comportamentale come agitazione, aggressività, delirio, allucinazioni si procede così:
1. si consulta sempre il medico curante affinché studi le possibili cause fisiche o psicologiche: effetto dei farmaci che vengono assunti, di bevande come alcool o di caffè in eccesso, intolleranza ad una badante o al cambio della stessa, reazione ad una situazione ambientale come un trasferimento o l’ospedalizzazione, incapacità di esprimersi e di comunicare, febbre, disidratazione (per evidenziarla osservare o toccare la lingua!), ritenzione urinaria (globo vescicale: palpazione dell’addome!), fecale (fecaloma!), dolore fisico che non si sa esprimere e localizzare (ascessi dentali e altro ancora!), crisi ipoglicemica ecc. Come si può vedere, non sarebbero tutte condizioni di stretta competenza neurologica, anche se il neurologo ben conosce in quanto è un internista! Motivo per cui, ribadisco, è indispensabile l’intervento in primis del medico curante, di un medico scrupoloso e attento.
2. si tenta sempre con le soluzioni non farmacologiche attraverso un approccio che mira a capire il perché di quel comportamento, approccio che va insegnato, appreso e applicato.
3. solamente se queste falliscono, si prova con una terapia farmacologia.

Per affrontare le fasi acute di aggressività, allucinazioni e psicosi deliranti si possono usare gli Antipsicotici Tradizionali (AT: Haldol e Serenase, Talofen, Largactil, Clopixol, Entumin, Talofen, ecc.) i quali sono prescrivibili dal medico curante, così come alcuni farmaci antidepressivi: il trazodone (Trittico), il citalopram (Elopram ecc.), l’escitalopram (Entact, Cipralex, ecc.), la sertralina (Zoloft). Sono utili per trattare la depressione e a volte sono attivi anche su aggressività, allucinazioni e psicosi. Citalopram ed escitalopram a dosi più alte vanno consigliate con qualche cautela per la possibile induzione di “anomalie cardiache”- Sindrome del QT lungo.
L’opzione antidepressivi può essere tentata in quanto l’uso prolungato degli AT è segnato da importanti effetti avversi: parkinsonismo, acatisia (incapacità di stare fermi, zitti, ansia continua: è una manifestazione non molto conosciuta dalla classe medica), movimenti involontari, alterazioni cardiache come la stessa sindrome del QT lungo, ecc.
Gli Antipsicotici Atipici (AA: Quetiapina-Seroquel, Olanzapina-Zyprexa, Risperidone-Risperdal e Belivon, Clozapina-Leponex ed altri) provocano un minor carico di effetti collaterali tipo parkinsonismo e acatisia, ma possono causare nei soggetti anziani un aumento seppur moderato di complicazioni vascolari cerebrali e cardiache, in realtà comuni agli AT. In seguito a queste segnalazioni si è reso necessario un controllo periodico degli eventuali effetti avversi degli AA.
In contrasto con certe credenze popolari, non sempre gli psicofarmaci, tutti in generale, sono efficaci nel controllo dei DCC. Anzi, in molti casi (e nessuna molecola è esente compresa la Quetiapina-Seroquel, LA PIU’ AMATA DAGLI ITALIANI…) possono provocare effetti paradossi (l’opposto di quello che ci aspetteremmo) o veri e propri peggioramenti non solo a livello comportamentale e cognitivo (riduzione della vigilanza, eccessiva sonnolenza, stato confusionale, ecc. per cui o “stordisce” o non aiuta a riconoscere la propria casa o la propria camera da letto fino a poco prima ben riconosciute, per cui potrà scatenare una reazione comportamentale che ne è la diretta conseguenza, magari “diversa” da quella iniziale), ma anche a livello motorio (rallentamento motorio, cadute, acatisia, ecc.) e generale (svenimenti, stitichezza, ecc.).
Conoscete un farmaco che possa convincere la persona con demenza a riconoscere la propria abitazione, come nell’esempio precedente, oppure a lavarsi se non vuole?
Regola: tutti gli psicofarmaci vanno usati inizialmente, e con pazienza, a basse dosi. Se non c’è alcuna risposta efficace non è detto che si possa ottenerla attraverso l’aumento progressivo delle dosi! Se non si evidenzia un miglioramento del quadro comportamentale (o addirittura si assiste al peggioramento oppure ad eventi avversi) bisognerà tentare con un altro farmaco. Nel caso si resti insoddisfatti o dubbiosi sui risultati ottenuti, compatibilmente con lo stato clinico del paziente, si può intervenire una tantum con un altro psicofarmaco per saggiarne la tollerabilità e l’efficacia: se l’esperimento saltuario mostra vantaggi, questo secondo farmaco potrebbe prendere stabilmente il posto del primo; se no, si ritenterà con un altro ancora, sempre una tantum…

Altre informazioni di cui tener conto nel trattamento farmacologico dei DCC:
- gli I-ChE e la Memantina (i farmaci che si usano per contrastare il declino cognitivo) possono alleviare alcuni aspetti comportamentali;
- in alcuni casi possono essere efficaci alcuni antiepilettici come il Rivotril, il Depakin, il Tegretol, che agirebbero come stabilizzatori del comportamento;
- un’avvertenza nota da decenni ma spesso disattesa: gli ansiolitici a base di Benzodiazepine (BDZ: Valium, EN, Minias, Tavor, Control, Halcion, Songar, Lexotan, Xanax, ecc.) o para-BDZ (Stilnox, Lendormin, ecc.) possono provocare nelle persone anziane, in particolare se affette da DCC, effetti paradossi ancor più evidenti rispettoad altre categorie di psicofarmaci, ovvero agitazione, insonnia, stato confusionale, sonnolenza, cadute e relative conseguenze.
Testo riadattato da: Ferdinando Schiavo. Malati per forza: gli anziani fragili, il medico e gli eventi avversi neurologici da farmaci. Maggioli Editore 2014. 

31/10/17

Libro da leggere del Dr. Ferdinando Schiavo





Favorito dalla progressiva incidenza della fragilità determinata dall'invecchiamento della popolazione, è cresciuto nella società moderna anche l'uso dei farmaci. E i farmaci - lo dovremmo sapere tutti - sono armi a doppio taglio. E poi, come tutte le armi, i più deboli ne sono le prime vittime, e quindi gli anziani. E poi le donne. I numerosi esempi che ci porta l'autore suggeriscono quanta strada si debba fare affinché la iatrogenesi, e più in generale la "mala medicina", possano essere contrastate ed estirpate. Il volume, rivolto a tutti coloro che hanno la responsabilità professionale della cura, in qualsiasi ruolo, medico curante, infermiere, OSS o semplice badante, non è un testo "contro i farmaci" ma un richiamo a usarli con scienza e coscienza e ad accompagnarli con una corretta informazione. Accanto ad alcune indicazioni diagnostiche utili per destreggiarsi nella complessità, è questo il filo rosso che attraversa senza soluzione di continuità tutto il testo. Nei circoli viziosi ed eventi a cascata scatenati dall'uso improprio dei farmaci, i fatti sono descritti con passione, con giustificata indignazione per la complessità evitabile che si viene a creare, con stupore per la diffusione del fenomeno.



22/10/17

Nel 2050 ci saranno 53 over 65 ogni 100 persone in età lavorativa (oggi sono 28) e in Italia si salirà addirittura a 74 ogni 100. Più vecchi di noi solo Giappone e Spagna. Come evitare il gap tra vecchie e nuove generazioni?



Le generazioni più giovani dovranno affrontare maggiori rischi di disuguaglianza in età avanzata rispetto ai pensionati attuali e alle generazioni nate negli anni '60. La loro esperienza di vecchiaia cambierà drasticamente. Inoltre, con un calo delle famiglie, una maggiore disuguaglianza rispetto alla vita lavorativa e riforme che hanno ridotto i redditi pensionistici, alcuni gruppi si troveranno ad affrontare un alto rischio di povertà, secondo un nuovo rapporto OCSE.


“Prevenire l'invecchiamento in modo uniforme”, un volume appena edito dall’Ocse, spiega  che nel 1980, in media nell'Ocse c’erano in media 20 persone ultrasessantacinquenni su 100 in età lavorativa (20-64 anni), che sono diventate 28 nel 2015, con una previsione di arrivare a ben 53 over 65 ogni 100 persone in età attiva nel 2050.

E per l'Italia va peggio: nel 2050, ci saranno 74 persone al di sopra dei 65 anni per 100 persone di età compresa tra 20 e 64 anni (rispetto al 38% di oggi), rendendo l'Italia il terzo più vecchio Paese OCSE dopo il Giappone (78) e la Spagna (76). Le economie emergenti stanno invecchiando molto più velocemente. Allo stesso tempo, le disuguaglianze sono aumentate da una generazione all'altra e le persone iniziano la loro vita lavorativa a un’età molto più alta di quella degli anziani di oggi. 

La promozione della partecipazione dei lavoratori anziani ha dunque la massima importanza. La generazione attuale di lavoratori anziani già partecipa con un tasso più elevato di quelli precedenti. Tuttavia, non è chiaro se questa tendenza proseguirà in futuro. I giovani negli ultimi tre decenni hanno difficoltà sempre maggiori ha trovare spazi nel mercato del lavoro. Il tasso di occupazione dai 55 ai 64 anni è aumentato di più tra il 2000 e il 2016 (23%) rispetto agli individui più giovani (1%), i cui tassi di occupazione sono diminuiti notevolmente (-11%).

Inoltre, a partire dalla metà degli anni '80, il gruppo degli over 64 è cresciuto del 25% in più rispetto a quello del gruppo di età 30-34. Il divario di crescita dei redditi tra le generazioni era del 13%, in media nei paesi OCSE. I tassi di povertà relativi sono aumentati per i gruppi di età più giovani, mentre sono caduti bruscamente tra le persone anziane.

Diverse riforme pensionistiche in passato hanno rafforzato il legame tra i guadagni e le pensioni. Quindi, aumenta la disuguaglianza salariale nel corso della vita lavorativa. In media se la disuguaglianza tra guadagni e pensioni di vecchiaia è di circa due terzi nei paesi Ocse, in Italia è vicina al 100%. Questo si spiega in parte con la mancanza di una forte rete di sicurezza sociale in Italia.

La disuguaglianza tra gli italiani nati negli anni '80 è già più alta rispetto a quello sperimentato dai genitori e dai nonni quando avevano la stessa età. Maggiore disuguaglianza tra la gioventù di oggi probabilmente porta a una maggiore disuguaglianza tra i pensionati futuri, dato il forte legame tra i guadagni e le pensioni.

Nonostante il recente miglioramento dell’occupazione tra i lavoratori più anziani, il divario tra i lavoratori con livelli di istruzione basso e alto è del 40% per gli uomini e più del  50% per le donne, tra i più alti dell’OCSE. Garantire una pensione decente sarà particolarmente difficile ai livelli di istruzione più bassi, che hanno meno probabilità di lavorare nelle età avanzate e per le donne più grandi che spesso escono dal mercato del lavoro per curare i propri parenti. Le donne più giovani, tuttavia, tendono ad avere lunghe carriere e quindi pensione più elevata con miglioramenti delle loro prospettive di vecchiaia.

I tassi di occupazione per le donne più anziane sono invece ancora significativamente inferiori agli uomini (più del 20% di differenza). Il divario può essere parzialmente spiegato dalla loro maggiore responsabilità di cura ai parenti che hanno bisogno. La percentuale di persone di età superiore ai 50 anni che svolgono questa attività varia notevolmente da paese a paese - dal 5% in Svezia al 13% in Italia e nella Repubblica Ceca -  ovunque, e in Italia in particolare, la maggioranza di i caregiver sono donne, contribuendo al processo di invecchiamento ineguale rispetto agli uomini.

Un risparmio sostanziale di spesa pubblica potrebbe avvenire se reddito, ricchezza, istruzione e disuguaglianze sanitarie fossero state evidenziate in precedenza e affrontate in età più giovane. Quindi, un approccio globale per l'Italia dovrebbe iniziare fornendo una buona qualità nella crescita e nell’educazione dei bambini nei gruppi socioeconomici svantaggiati.

Questo avrà il vantaggio di dare alle donne la possibilità di partecipare alla mercato del lavoro. Allo stesso tempo, devono essere adottate misure politiche per promuovere un buon inizio della vita lavorativa assicurando la transizione dalla scuola al lavoro, limitando l'impatto della perdita di posti di lavoro e combattendo la disoccupazione a lungo termine e fornendo accesso alle opportunità di apprendimento degli adulti, che contribuirà a garantire una maggiore occupabilità durante la vita lavorativa e più elevati redditi da pensione.

Inoltre, l'impiego degli anziani nel lavoro in particolare potrebbe essere ulteriormente migliorato. I lavoratori italiani più vecchi sono molto più sani che in altri paesi e le differenze nello stato di salute e nell’aspettativa di vita grazie all’istruzione sono relativamente minori. I lavoratori più anziani in generale e quelli con una bassa istruzione in particolare, hanno ancora potenzialità per estendere la loro vita lavorativa in modo da garantire un reddito adeguato durante il pensionamento. Tuttavia, i posti di lavoro dovrebbero essere disponibili per un'offerta supplementare. 


Cosa fare nei Paesi Ocse
I futuri anziani saranno nelle situazioni più diverse: le persone vivranno più a lungo ma saranno più disoccupate e prima avranno guadagnato bassi salari, mentre gli altri hanno avuto percorsi di guadagno più elevati e stabili.

Le disuguaglianze nell'istruzione, nella salute, nell'occupazione e nei redditi iniziano a svilupparsi a partire fin dalle età più giovani secondo la relazione. Un uomo di 25 anni di istruzione universitaria può aspettarsi di vivere quasi 8 anni più a lungo in media in tutti i paesi; per le donne la differenza è di 4,6 anni. A tutte le età, le persone in cattive condizioni di salute lavorano meno e guadagnano meno. Durante una carriera, la cattiva salute riduce del 33% il guadagno di vita degli uomini con scarsa istruzione mentre la perdita è solo del 17% per gli uomini altamente istruiti.

I redditi bassi tendono ad avere una speranza di vita più bassa rispetto ai più alti e questo riduce ulteriormente le loro pensioni. L'aumento dell'età pensionabile tende ad allargare la disuguaglianza tra i redditi bassi e quelli più alti. E la disuguaglianza di genere nella vecchiaia è destinata a stabilizzarsi: i pagamenti annuali delle pensioni agli over 65 oggi sono circa il 27% in media più bassi per le donne e la povertà in vecchiaia è molto più elevata tra le donne e gli uomini.

Le questioni di disuguaglianza della vecchiaia sono ancora più acute nelle economie emergenti, tra cui Brasile, Cina e India che stanno affrontando un rapido invecchiamento in una fase relativamente precoce dello sviluppo, hanno più disuguaglianze sanitarie di salute rispetto ai paesi OCSE e una rete di sicurezza sociale meno efficace.

Per affrontare questi problemi, l'OCSE afferma che i paesi dovrebbero adottare un approccio al tipo vita che si concentra su tre settori:
- Evitare la disuguaglianza prima che si cumuli nel tempo. Le misure dovrebbero includere la fornitura di un'assistenza ai bambini di buona qualità e un'educazione precoce, aiutando i giovani svantaggiati a lavorare e aumentando la spesa sanitaria per la prevenzione soprattutto nei gruppi a rischio.
- Semplificare le disuguaglianze radicate. I servizi sanitari dovrebbero passare a un approccio più centrato sul paziente e i servizi di che si occupano del lavoro occupazione dovrebbero aumentare gli sforzi per aiutare i disoccupati a tornare al lavoro, oltre a rimuovere le barriere per trattenere e assumere lavoratori anziani.
- Affrontare le disuguaglianze in età avanzata. Le riforme dei sistemi di reddito da pensione non possono rimuovere la disuguaglianza tra le persone anziane, ma possono attenuarle. Pensioni di primo livello ben progettate possono limitare l'impatto sulle prestazioni pensionistiche delle differenze socioeconomiche nell'aspettativa di vita. Alcuni paesi sono a rischio per l’adeguamento delle pensioni, in particolare per le donne. E’ necessario poi aumentare le cure a domicilio a prezzi accessibili e fornire un migliore sostegno ai caregivers. Questo contribuirebbe anche a ridurre le diseguaglianze nella Long term care.

“Prevenire l'invecchiamento in modo uniforme”, si riferisce a diseguaglianze che si sviluppano durante il corso della vita e si materializzano nella vecchiaia. Spesso sono il risultato di episodi specifici durante la vita delle persone che tendono a cumulare i loro effetti negativi sulla salute e sui redditi in età avanzata.
L’invecchiamento non è un fenomeno diverso, ma l'attuale generazione di persone anziane vive con redditi più elevati e meno rischi di povertà rispetto alle generazioni più giovani che si trovano ad affrontare maggiori disuguaglianze in età avanzata.

L'invecchiamento ineguale è dannoso per la crescita economica futura, soprattutto dove la disuguaglianza delle opportunità sfocia in privilegio o esclusione, minando intere generazioni e compromettendo la coesione sociale.

Il volume dell’Ocse esamina l’invecchiamento della popolazione e le crescenti disuguaglianze che si stanno sviluppando e interagiscono, sia all'interno che all'esterno attraverso le generazioni.

L’Ocse propone un'agenda politica per prevenire, mitigare e affrontare questi problemi, basandosi sulle buone pratiche nei paesi che ne fanno parte e nelle economie emergenti.

I concetti chiave

- L'invecchiamento della popolazione accelererà, ma aumenteranno anche le disparità di salute e socioeconomiche.


- I nuovi dati relativi alla mortalità mostrano un maggior impatto delle condizioni socioeconomiche sulla disuguaglianza nella longevità di quanto precedentemente riportato.


- Le questioni di disuguaglianza di vecchiaia sono più acute nelle economie emergenti che stanno affrontando un rapido invecchiamento in una fase relativamente precoce dello sviluppo, avendo così più ampio spazio per le disuguaglianze sanitarie rispetto ai paesi dell'OCSE e una protezione sociale meno efficace.


- Aumenta la disuguaglianza dei redditi da una generazione all'altra


- La disuguaglianza dei redditi è in aumento da una generazione all'altra a parità di età, in particolare tra i gruppi più giovani per i quali oggi è molto più elevata che per gli anziani.


- Mettere gli interventi di prevenzione al vertice dell'agenda politica: avviare la protezione sociale con misure in età precoce, specialmente per i bambini provenienti da situazioni svantaggiate; garantire una buona qualità dei servizi per la custodia dei bambini e l'istruzione precoce dell'infanzia; ridurre il fallimento scolastico; migliorare le scuole svantaggiate; combattere la stereotipizzazione dei generi nella scuola.


- Promuovere un buon inizio nella vita lavorativa: assicurare una transizione graduale dalla scuola al lavoro fornendo un orientamento sufficiente, specialmente per i giovani che non possono attingere a reti sociali di sostegno e rafforzare l'istruzione professionale; sviluppare politiche del mercato del lavoro per collegare i giovani disoccupati all’istruzione e formazione per i posti di lavoro.


- Rompere i legami tra gli svantaggi socioeconomici e lo stato di salute: sviluppare una strategia che affronta l'ampia gamma di determinanti sociali delle disuguaglianze sanitarie; aumentare la spesa sanitaria destinate alla prevenzione mirata a fattori chiave di rischio e a gruppi di popolazione.


- Semplificare le disuguaglianze radicate


- Promuovere l'invecchiamento sano sviluppando una strategia di invecchiamento attivo multisettoriale e attraverso un accesso equo all'assistenza sanitaria: rimuovere gli ostacoli finanziari; coordinare meglio l’assistenza sanitaria in varie discipline verso un approccio centrato sul paziente; sviluppare la specializzazione medica nella cura geriatrica; migliorare l'alfabetizzazione sanitaria.


- Limitare l'impatto della perdita di posti di lavoro e combattere la disoccupazione a lungo termine: rafforzare le politiche per aiutare i lavoratori disoccupati.


- Fornire pari opportunità ai lavoratori per migliorare le loro competenze: migliorare l'accesso a l'apprendimento lungo tutto l'arco della vita, soprattutto per i lavoratori meno qualificati e quelli più anziani; riconoscere meglio le competenze acquisite durante la vita lavorativa.


- Migliorare la qualità del lavoro per i lavoratori più anziani: migliorare i regolamenti sul tempo di lavoro e sicurezza sui luoghi di lavoro; promuovere condizioni di lavoro sane; migliorare il ruolo degli organismi di controllo del lavoro e dei servizi di assistenza sanitaria.


- Rimuovere le barriere per trattenere e assumere lavoratori anziani: assicurare una migliore corrispondenza tra il costo del lavoro e la produttività dei lavoratori anziani.


- Affrontare la disuguaglianza in età avanzata


- Limitare l'impatto delle differenze socioeconomiche nell'aspettativa di vita sulla pensione. Queste differenze vengono spesso ignorate, ma possono avere un grande impatto, anche se  non intenzionale su come i sistemi pensionistici ridistribuiscono i redditi tra i diversi gruppi; come le disuguaglianze possono essere affrontate attraverso pensioni di primo livello e ridistributive.


- Target adeguati di livelli di reddito da pensionamento attraverso una combinazione di vecchiaia, reti di sicurezza, pensioni obbligatorie, rendite in regime privato e crediti pensionistici.


- Aumentare la copertura pensionistica, in particolare per i lavoratori autonomi, i posti di lavoro, soprattutto nelle economie emergenti, dove va migliorata l'alfabetizzazione finanziaria.


- Riprogettare le pensioni per i sopravvissuti con la giusta attenzione per proteggere efficacemente le vedove.


- Spostarsi verso un quadro pensionistico unificato per tutti i lavoratori.


  • Ridurre le disuguaglianze nell'assistenza a lungo termine rendendo la cura domiciliare accessibile a tutti.




FONTE : QUOTIDIANO SANITA’

25/06/16

Le cadute negli anziani


Ogni anno, in Italia oltre 3000 persone muoiono tra le mura domestiche a causa di cadute e, secondo i dati ISTAT e INAIL, ogni 10 secondi nelle abitazioni si verifica un incidente che richiede un ricovero ospedaliero. Nel 2007 in Italia le fratture di femore, causate da una caduta, sono state circa 8000 con un costo superiore ai 250 milioni di euro. Le cadute nell’anziano aumentano con l’avanzare degli anni. Il 35‑40% dei soggetti di età superiore ai 65 anni cade almeno una volta l’anno e l’incidenza risulta molto più elevata negli ultrasettancinquenni. Secondo Mary Tinetti e L.Z. Rubenstein più di un terzo delle persone anziane che vivono in casa cade ogni anno e nel 50% dei casi si tratta di cadute ricorrenti e il 50% degli anziani istituzionalizzati cade almeno una volta l’anno.
Talora le percentuali non danno conto della gravità del fenomeno, in quanto non viene riferita l’entità del processo d’invecchiamento. Secondo l’ISTAT gli ultrasessantacinquenni in Italia sono attualmente circa un quinto della popolazione totale (11 milioni) e le persone con età pari o superiore a 85 anni sono circa un milione e mezzo e gli ultracentenari risultano pari a oltre 12.000. L’aspettativa di vita è oggi 77,1 anni per l’uomo e 83,2 anni per la donna. Il significativo incremento della popolazione anziana attuale e l’aumento continuo che ne danno le proiezioni (il 33,7 nel 2050) giustificano l’attenzione che bisogna rivolgere al fenomeno caduta, per attuare una strategia idonea a limitarne il numero, la gravità e i costi economici e assistenziali.
Definizione di "caduta"
La nostra medicina sempre più d’organo e tecnicizzata, trascura le cadute, ritenute evento “non nobile”, ma che, nella quotidianità, sono di estrema frequenza tra soggetti di età avanzata. Eppure le conseguenze delle cadute, anche quelle minori, hanno un’elevata importanza sanitaria e assistenziale con significativa ricaduta economica.
Perfino nelle trattazioni più serie si avvertono pregiudizi, luoghi comuni mutuati dal considerare le cause delle cadute dei giovani adulti analoghe a quelle degli anziani. La stessa classificazione tra “cadute accidentali e patologiche”risente di questa confusione. Infatti, mentre una caduta accidentale in un giovane-adulto è sicuramente un evento “accidentale” (scivolamento, incespicamento, urto ecc.), nell’anziano, per contro, non è “solo” così. La caduta si verifica con modalità ben differenti. Il giovane, cadendo, è in grado di mettere in atto alcuni riflessi di difesa, non attuati, per contro, dall’anziano.
Secondo Sehested, “La caduta è un improvviso e inaspettato cambiamento di posizione in cui i meccanismi statici di fissazione vengono meno e sono inadeguate le risposte volontarie e riflesse a correggere la mancanza di equilibrio”. Le cadute possono essere classificate correttamente solo se sono identificati tutti i diversi fattori a esse correlati. Una classificazione personale sulle modalità delle cadute è la seguente:
Classificazione delle cadute
CircostanzeNella deambulazione, scendendo dal letto, dalla carrozzina, dalla bicicletta, ecc.
ModalitàIncespicamento, scivolamento, urto, spinta, perdita di equilibrio, sincope, ecc.
TipologiaIn avanti, indietro, laterali
FrequenzaOccasionali, isolate, frequanti, ripetute
EziologiaAccidentali, patologiche, miste
GravitàSenza conseguenze, con conseguenze minori o maggiori
Fattori di rischio
I fattori che aumentano il rischio di caduta sono solitamente suddivisi in estrinseci, relativi all’ambiente, ed intrinseci, relativi alla persona.
Fattori estrinseci
Nelle abitazioniAll'esterno
Pavimenti bagnati, scivolosi, sconnessi, sporchiScarsa illuminazione
Tappeti, fili elettrici, mobili ingombrantiMarciapiedi dissestati
Scale ripide senza mancorrenti, gradini sconnessi, irregolari e consumatiNeve, ghiaccio e immondizia
Letti troppo alti o eccessivamente bassiLavori in corso e tombini non segnalati                                       
Scarsa illunimazioneSemafori con tempi limitati
Bagni inadeguati, mancanza di maniglioni e presenza di tappeti scivolosiRisse, scippi
Rubenstein nel 2006, in una metanalisi relativa a 12 studi, rilevò che le cause più frequenti di caduta erano ambientali, seguite dalle turbe della marcia e dell’equilibrio. L’anamnesi di precedenti cadute aumentava nell’anziano il rischio di cadere. 
Fattori intrinseci
Alterazioni dell'andatura, a piccoli passi, a base larga, più evidenti nella donna
Riduzione della vista, glaucoma, degenerazione maculare senile, cataratta
Riduzione dell'udito, tappi di cerume, artrosi della catena degli ossicini
Riduzione dei riflessi propriocettivi e di raddrizzamento
Ipotensione ortostatica
Patologie cardiache, arteriopatie, piede diabetico, neurologiche, demenza, artropatie
Labirintite, Sindrome di Ménière
Idrocefalo normoteso
Drop attacks
Epilessia
Ipoglicemia
Sincope
Deficit di vitamina B12
Sindrome delle gambe legnose
Alimentazione incongrua
Assunzione di alcol: etilismo acuto, polineuropatia, Sinfrome di Korsakoff, encefalopatia di Wernicke, anemia macrocitica, epatopatia
Calzature inadeguate e consumate, vestiario ingombrante
Protesi e ausili non idonei
Nessun farmaco può prevenire le cadute, mentre numerosi medicamenti possono causarle o aumentarne il rischio”. Questa drastica e datata affermazione di Williamson (1987) presenta ancora oggi tutta la sua validità e induce certamente a riflettere dal momento che la maggior parte degli anziani assume contemporaneamente molti farmaci, in quanto affetti da comorbilità. Per Mary Tinetti l’assunzione di quattro o più farmaci è un fattore di rischio indipendente di caduta.
Conseguenze
Nell’anziano le cadute, nella maggioranza dei casi, non provocano danni fisici di rilievo. Solo nel 10% dei casi si registrano conseguenze gravi, quali ematomi, ferite lacero-contuse, fratture e ospedalizzazione. Risulta molto importante, ai fini delle conseguenze, il setting dove si è verificato l’incidente. Secondo Rubenstein solo uno su quaranta anziani che cadono viene ospedalizzato, ma di questi solo la metà sopravvive oltre l’anno. Se un anziano cade più volte nell’arco di sei mesi, deve essere valutato attentamente per evidenziare le eventuali cause e trattarle adeguatamente. Le conseguenze immediate o tardive di una caduta possono essere di differente gravità e comprendono: contusioni, ematomi, ferite lacero-contuse, fratture, traumi cranici, post fall syndrome, riduzione dell'attività motoria, riduzione del livello di autonomia, aumento del rischio di ospedalizzazione e istituzionalizzazione, fino alla morte. 
Nel più ampio e recente studio retrospettivo condotto in Inghilterra in 500 strutture per anziani nel 64,7% dei casi non si erano verificate conseguenze degne di rilievo. In rapporto all’insorgenza le conseguenze possono essere precoci o tardive. La morte, rara, come evento immediato, è frequente come sequela tardiva ed è correlata all’età del soggetto, alle condizioni di salute e alla tempestività degli interventi di soccorso. L’incidente spesso innesca scompensi a cascata (focolai bronco‑pneumonici, decubiti, trombosi venosa profonda (TVP) ed embolia polmonare (EP), sindrome da immobilizzazione) che sono, in ultima analisi, i responsabili dell’exitus. Le cadute sono in ogni caso la quinta causa di morte negli anziani. Per Wieman alle cadute è attribuibile circa la metà di tutte le morti accidentali e dopo i 70 anni esse rappresentano  la prima causa di morte.
Le fratture sono presenti nel 10% dei casi circa come conseguenza di una cadutaL’anziano, a causa di una maggiore fragilità ossea (osteoporosi, osteomalacia, Morbo di Paget, metastasi ossee) è maggiormente a rischio di fratture, specie a livello del femore, che costituiscono un importante problema sanitario nei Paesi industrializzati. Basti pensare che in Europa si verificano 500.000 nuovi casi ogni anno con un onere economico stimato in 4 miliardi di euro per le sole cure ospedaliere e si ritiene che tale incidenza sarà di 750.000 nuovi casi/anno e di 1.000.000 nel 2050. È opportuno non dimenticare che nell’anno successivo all’intervento i costi vengono raddoppiati per le spese della riabilitazione, delle visite specialistiche e per l’invalidità sociale conseguente. Nell’anziano, le fratture di femore, oltre a un incremento della mortalità, determinano un peggioramento della qualità di vita, una dipendenza alle scale ADL (Activity of Daily Living) e IADL (Instrumental Activity of Daily Living) e un precoce ricovero in una residenza sanitaria assistenziale (RSA). Il numero maggiore di fratture di femore si verifica per caduta all’esterno, anche se quelle che avvengono presso il proprio domicilio risultano altrettanto elevate.
La Post Fall Syndrome, definita da Murphy nel 1982 e più tardi descritta dagli autori francesi come Syndrome de désadaptation psychomotrice, è un quadro clinico caratterizzato da turbe della marcia e della postura, paura, ansia, insicurezza e turbe comportamentali. Si distingue in una forma severa e in una moderata in relazione alla modalità di esordio e alla gravità. La forma severa si manifesta con una sindrome ipocinetica: non si cammina più, anche in assenza di patologie neuromuscolari evidenti.
Prevenzione
Il Ministero della Salute definisce la caduta come un evento “sentinella”, cioè come una situazione inattesa, che si è manifestato con un danno grave o che aveva la potenzialità di determinarlo e che quindi rende obbligatoria un’analisi conoscitiva per accertare se vi abbiano contribuito fattori eliminabili o riducibili.
Ne segue, quindi, che il primo elemento di una significativa prevenzione è la conoscenza degli eventi da modificare o eliminare. Tideiksaar consiglia il medico nel raccogliere l’anamnesi di utilizzare l’acronimo SPLAT: Symptoms - Previous falls - Location - Activity - Time.
La presenza di numerose variabili rende il più delle volte difficile attuare una prevenzione specifica delle cadute. Tuttavia, per semplificare, possiamo suddividere la prevenzione in rivolta all’ambiente e rivolta direttamente la persona.
Prevenzione delle cadute
Prevenzione sull'ambientePrevenzione sulla persona
Adattare l'ambiente alla disabilità del soggetto: maniglioni nel bagno, mancorrenti nelle stanze e nelle scaleCorrezione e trattamento delle patologie riscontrate
Predisporre un'illuminazione adeguata in casa e nelle scale e un impianto di luci notturne dalla camera da letto al bagnoValutazione clinica degli organi e apparati
Eliminare mobili ingombranti, sedie sconnesse, tappeti non fissati e cere per pavimentiRevisione della terapia
Adottare pavimenti antisdrucciolo, asciutti e non inceratiEvidenziazione dei fattori di rischio clinico
Adottare letti di altezza adeguataFar adottare calzature adeguate con suola antiscivolo
Coinvolgere le istituzioni locali per modificare barriere architettoniche, riparare strade e marciapiedi, ridurre l'altezza dei predellini di tram e autobus, allungare i tempi dei semafori, migliorare l'illuminazioneConsigliare lo svolgimento di attività fisica, coerente alle condizioni dell'anziano
Coinvolgere le amministrazioni di condominio per l'installazione di mancorrenti, scivoli e illuminazione adeguataUtilizzare ausili e strumenti di protezione per l'anca
Prescrivere ausili per la deambulazione

Concludendo, le conseguenze della caduta, anche in soggetti anziani, sono in prevalenza senza seri danni obiettivabili. È necessario però attuare una prevenzione sia sull’ambiente domestico sia su quello esterno e anche sulla persona per ridurre o eliminare i fattori di rischio.

22/09/15

Demenza - Delirium le differenze

DELIRIUM: STATO CONFUSIONALE ACUTO DA NON CONFONDERE CON LA DEMENZA MA AD ESSA ASSOCIABILE La demenza è un deterioramento cronico delle capacità cognitive che porta progressivamente il paziente a perdere la propria autosufficienza. Il delirium, invece, è uno stato confusionale acuto che non va scambiato per demenza, soprattutto nel paziente anziano, ma visto che non esistono esami di laboratorio in grado di distinguere tra le due manifestazioni è fondamentale un accurato studio della storia clinica del malato e delle sue capacità fisiche e mentali. Demenza e delirium. Se la demenza è caratterizzata dalla distruzione progressiva dei neuroni, nel caso del delirium, invece, può anche non esserci compromissione delle strutture cerebrali: resta la manifestazione di alterazioni delle funzioni cognitive, dell'umore, dell'attenzione e della coscienza di sé, con oscillazioni tra lo stato confusionale e l'iperattività. Nelle fasi di perdita di lucidità l'interpretazione della realtà diventa alterata e il paziente può assumere un atteggiamento ansioso, maniacale, al limite della paranoia, che può sfociare in illusioni e allucinazioni. Il motivo per cui delirium e demenza sono spesso associati è perché, anche se fenomeni di stato confusionale acuto possono manifestarsi in persone con un'attività cerebrale nella norma, i casi più frequenti si verificano in pazienti che soffrono di altre encefalopatie come la demenza, con una maggiore incidenza ovviamente nelle persone più anziane. L'importanza di una diagnosi corretta. Un'alta percentuale di pazienti anziani ricoverati in stato confusionale acuto muore, anche se le condizioni fisiche di base erano curabili. Sono quindi fondamentali tutti gli esami di laboratorio (emocromo, urine con coltura, test di funzionalità tiroidea, screening tossicologico) per risalire alle cause del delirium, dagli effetti collaterali di qualche farmaco ad un'encefalite, una crisi epilettica o un infarto. È importante per esempio distinguere uno stato confusionale acuto con apatia dalla depressione o, allo stesso modo, non confondere le allucinazioni da delirium da quelle causate da una psicosi: i disturbi psichiatrici, infatti, di norma non si manifestano con disorientamento, amnesia o disturbi cognitivi. Il delirium tremens, invece, è una frequente complicanza dell'alcolismo cronico. Nella maggior parte dei casi i sintomi sono reversibili, a condizione che la causa all'origine del delirium sia identificata e trattata con la terapia adeguata. Ad ogni modo il decorso negli anziani è molto lento. Fonti : Treccani , De Agostini , Garzanti

02/09/15

Disfagia problema spesso misconosciuto.

La disfagia, l’alterazione della deglutizione, colpisce circa il 20% della popolazione dopo i 50 anni. La percentuale dei pazienti affetti da disfagia e non diagnosticati oscilla dall’80 al 95%. Individuare precocemente i pazienti affetti è una priorità.
Tutti i soggetti disfagici sono a rischio di malnutrizione. Altra temibile complicanza è la polmonite ab ingestis spesso misconosciuta e sottovalutata. Nei soggetti ricoverati in ospedale la disfagia è causa di incremento della durata di degenza e dei costi assistenziali . I pazienti in cui si sospetta una disfagia dovrebbero essere avviati a programmi di controllo, per identificare la popolazione a rischio, e anche valutazioni diagnostiche per definire il disturbo nei suoi aspetti anatomici e fisiologici. Da un punto di vista nutrizionale le informazioni che occorre acquisire sono: se il paziente può assumere alimenti per via orale; in caso positivo, quali sono le caratteristiche degli alimenti che il paziente può assumere e quali sono le modalità di somministrazione; qual è la prognosi in merito al recupero di un efficiente processo di deglutizione.
Tra i pazienti disfagici molti sono i residenti nelle case di riposo, dove la percentuale oscilla tra il 40 e il 60%, gli anziani che hanno subito interventi alla bocca, al collo o alla testa.
Secondo le linee guida sul paziente disfagico della Federazione Logopedisti Italiani, è stimata esserci una frequenza del 33%-43% nella popolazione con sclerosi multipla, del 40-80% con ictus cerebrale, del 50-90% con Morbo di Parkinson per arrivare al 100% nei malati di SLA.
Per agevolare una diagnosi tempestiva e corretta, si somministra un questionario che può essere utilizzato sia in ambito ospedaliero sia ambulatoriale. Il questionario, realizzato da ricercatori statunitensi, è in distribuzioni a un vasto numero di medici e Residenze Sanitarie assistenziali.
le scale di valutazione permettono di chiarire quanto il problema può essere rilevante e avviare così un’accurata valutazione del grado di disfagia e a una rieducazione logopedica che comprenda anche la somministrazione di alimenti con caratteristiche specifiche per facilitare la deglutizione
fonte statistica : salute.ilsole24ore

11/08/15

La Polifarmacoterapia nelll'anziano .

La disponibilità di terapie sempre più efficaci per ogni malattia ha un rovescio della medaglia che prende il nome di polifarmacoterapia. Si intende con questo termine l'assunzione nel corso della giornata di diversi farmaci per la cura di disturbi di varia natura. Il fenomeno riguarda in particolare gli anziani fra i 75 e gli 85 anni, che secondo alcune stime in un terzo dei casi assumerebbero 5 o più medicine al giorno prescritte dal medico, senza contare i farmaci da banco.

Secondo i dati dell'Osservatorio Arno, un anziano dai 60 anni in su prende dalle 8 alle 10 compresse al giorno, anche se il numero dei principi attivi potrebbe essere inferiore. Un costo enorme per il nostro sistema sanitario, ma paradossalmente anche un rischio per la salute degli anziani.
In vari paesi esistono degli strumenti che aiutano medici e pazienti anziani a ridurre il numero dei farmaci che si assumono, ad esempio le linee guida STOPP, Screening Tool for Older Person’s Prescriptions, ovvero una lista di farmaci potenzialmente pericolosi che fa luce sulle interazioni fra le molecole e sulle prescrizioni duplicate di farmaci simili fra di loro che provengono da specialisti contattati in tempi diversi dal paziente.

. Le due grandi categorie di farmaci su cui c’è eccesso di prescrizione nell’anziano sono gli ansiolitici (inopportunamente prescritti per favorire l’addormentamento) che abbassano il tono dell’umore e riducono le capacità di reazione a stimoli esterni con vari rischi per l’anziano nelle sue attività quotidiane (ad esempio alla guida); gli antipertensivi, che, non sempre dati in modo appropriato, possono creare grossi problemi specie quando l’anziano passa da posizione distesa a in piedi con vertigini anche di lunga durata e rischio cadute”.

A rischio in particolare è l'anziano che si rivolge a una serie di specialisti, i quali fanno prescrizioni ignorando quelle fatte in precedenza dai loro colleghi, creando così un effetto ridondante davvero minaccioso per la salute del soggetto.

FONTE : italiasalute